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ChatGPT per i contenuti: come usarlo senza pubblicare cose false

Ciao, sono Davide Armari, consulente di digital marketing e AI. Chiedere un testo a ChatGPT lo sanno fare tutti: il problema non è più quello.

Il problema è che questi strumenti scrivono bene anche quando dicono cose false, e lo fanno con lo stesso tono sicuro con cui dicono cose vere. Qui trovi come si usa uno strumento del genere su contenuti che escono con il tuo nome sopra, e dove si nascondono davvero gli errori.


L’errore non è nella scrittura, è nella verifica

Un testo generato è quasi sempre scorrevole, ordinato e credibile. È esattamente questo che lo rende pericoloso: non hai nessun segnale d’allarme visivo che ti dica di controllare.

E l’invenzione non riguarda solo i dati pubblici. Riguarda te: strumenti che non usi, procedure che non hai, episodi che non ti sono mai capitati, tutti raccontati in prima persona come se li avessi raccontati tu.

Mi è successo con il sistema che uso per preparare le bozze del blog: il primo articolo prodotto attribuiva a me tre cose che non erano vere — un’app di messaggistica che non uso, un modo di approvare le cose che non esiste, e un invio di email sbagliate a clienti veri che non è mai avvenuto. Era scritto benissimo. La terza è la peggiore, perché è un danno di reputazione su un fatto falso, scritto come se lo raccontassi io.


Perché i controlli automatici non bastano

Verrebbe da pensare che un controllo automatico intercetti una cosa del genere. Nel mio caso ce n’erano tre — frasi vietate, numeri senza fonte, quanto il testo fosse originale — e non è scattato niente.

Il motivo è istruttivo: un aneddoto inventato è ottimo secondo il criterio che si premia di più. Il controllo di qualità chiede «questo testo potrebbe averlo scritto chiunque?». Un dettaglio specifico e personale risponde no. Che sia falso non lo vede.

La regola che ne esce vale ben oltre il mio caso: un sistema che premia i dettagli specifici deve anche verificare i dettagli specifici. Altrimenti insegna al modello che inventare paga.


Cosa mettere nel processo

Nelle istruzioni. L’elenco per esteso degli strumenti che usi davvero, più il divieto esplicito di attribuirti qualsiasi cosa fuori da quella lista e di inventare aneddoti, durate o conseguenze che non hai fornito tu.

Nel controllo. Una lista di strumenti che non usi: se compaiono vicino a un possessivo o a un verbo in prima persona — «il mio», «uso», «ricevo» — il testo si blocca. Più un controllo su qualsiasi affermazione che riguardi cose che partono in automatico verso un cliente.

Sembra paranoico. Ma il costo di un articolo non pubblicato è zero, e il costo di un articolo che racconta una cosa falsa su di te lo scopri dopo.


Il metodo, in tre passaggi

Il brief prima del prompt. A chi parli, cosa deve capire, cosa deve fare dopo, cosa non deve esserci. «Scrivimi un articolo sui siti web» produce spazzatura.

La materia prima gliela dai tu. Appunti, email vecchie, la trascrizione di una chiamata, il listino. È il passaggio che separa un contenuto che poteva scrivere chiunque da uno che potevi scrivere solo tu. Ed è anche l’unico modo per farsi citare dalle AI di ricerca: se ripeti quello che c’è già scritto ovunque, non ti citano.

Sulla bozza si interviene su tre cose. Si verifica ogni numero e ogni nome, uno per uno, e quello che non si riesce a verificare si toglie. Si tagliano le introduzioni che non dicono niente. Si rimette dentro un esempio vero o un’opinione.


Gli errori che si riconoscono a occhio

L’apertura vuota. «Nel mondo digitale di oggi, sempre più aziende…». Se un testo inizia così, si capisce da dove viene.

Le liste di tre aggettivi. «Efficace, innovativo e performante» non significa niente.

Le transizioni meccaniche. Quelle formule che aprono un paragrafo riassuntivo senza aggiungere niente, o che annunciano che sta per arrivare una cosa importante invece di dirla. Sono il segnale più affidabile di un testo uscito da una macchina e mai riletto: vale la pena tenerne un elenco e cercarle prima di pubblicare.

Nessun rischio, nessuna opinione. Un articolo che va bene per chiunque non convince nessuno.


Cosa fare adesso

Se usi ChatGPT per scrivere qualcosa che uscirà con il tuo nome sopra, fai una prova: prendi l’ultimo testo che hai prodotto e cerca ogni affermazione in prima persona. Ogni volta che il testo dice «io faccio», «io uso», «mi è successo» — verifica che sia vero.

Nella mia esperienza è lì che si nascondono i problemi, non nei numeri, perché i numeri li controlliamo tutti e gli aneddoti no.

Se vuoi partire da prompt già impostati per il marketing li ho raccolti in ChatGPT Prompt Pro. Se invece la domanda è più grande — dove ha senso l’AI nella tua azienda — è il lavoro della consulenza AI. Su cosa conviene automatizzare ho scritto qui.

/ chi sono /

Davide Armari

Digital marketing specialist e consulente AI
Dal 2011 aiuto aziende, professionisti e attività locali a trovare clienti online: siti web, campagne Google e Meta Ads, social e intelligenza artificiale. Seguo tutto io, personalmente.

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