WooCommerce è il modulo che trasforma un sito WordPress in un negozio online. Si installa gratis, e questa è insieme la sua forza e il motivo per cui tanti progetti partono male: installarlo è facile, configurarlo bene è un’altra cosa.
Questa guida è l’ordine in cui affronto le cose quando costruisco un ecommerce per un cliente. Non è la traduzione di un manuale: è quello che faccio davvero, con i punti in cui ho visto sbagliare più spesso.
Sono Davide Armari, lavoro con WordPress dal 2011 e nel portfolio ho sedici negozi WooCommerce: dal catalogo da quattro borse a quello con oltre seicento prodotti, fino a un caso che non spedisce niente perché vende foto e video di eventi sportivi.
Perché WooCommerce, e quando invece no
Il motivo per cui lo uso è uno solo, e non è tecnico: il negozio resta tuo. Il codice è tuo, il database è tuo, i clienti sono tuoi. Non paghi una percentuale su ogni vendita e nessuno può cambiarti le condizioni da un giorno all’altro.
Il secondo motivo è che è la stessa piattaforma del sito. Se hai già WordPress, il negozio non è un mondo separato da imparare da capo: è la stessa area di amministrazione, con delle voci in più.
C’è anche una conseguenza pratica che si nota poco all’inizio e parecchio dopo: non paghi una percentuale a nessuno sulle vendite. Nemmeno a me. Il costo è quello del progetto e della manutenzione, e resta lo stesso che tu faccia dieci ordini al mese o mille.
Quando invece ti direi di guardare altrove. Se vuoi partire domani, vendere dieci prodotti sempre uguali e non avere niente da mantenere, una piattaforma a canone ti porta online prima. Il conto cambia quando cresci: sopra un certo volume, canone più percentuale sul venduto costano più della manutenzione di un progetto tuo, e ogni personalizzazione fuori standard diventa una battaglia.
Non c’è una scelta giusta in assoluto. C’è quella giusta per come vendi e per quanto vuoi restare padrone del progetto.
Cosa serve prima di installare qualsiasi cosa
Un hosting adatto a un ecommerce. Non un hosting condiviso da pochi euro l’anno. Un negozio fa lavorare il database molto più di un sito vetrina: ogni visita al carrello, ogni filtro sui prodotti, ogni ordine è un’operazione vera. Su un hosting sottodimensionato il sito regge finché non arrivano insieme dieci persone, che è esattamente il momento in cui non vuoi che rallenti.
Un certificato di sicurezza. Non è opzionale: senza, il browser avvisa il visitatore e i circuiti di pagamento non lavorano.
Backup automatici, prima di aprire. Un ecommerce contiene ordini, cioè dati di persone che ti hanno pagato. Il backup va impostato e va provato: un backup che non è mai stato ripristinato non è un backup, è una speranza.
Le impostazioni che vanno fatte per prime
Ci sono cinque cose da sistemare prima di caricare anche un solo prodotto. Farle dopo significa rimettere mano a tutto.
Paese, valuta e unità di misura. Banale, ma se le imposti dopo aver caricato il catalogo ti ritrovi pesi e dimensioni da rivedere prodotto per prodotto.
Come si comporta l’IVA. Prezzi già comprensivi o da aggiungere al carrello? Per la vendita a privati in Italia si mostra il prezzo finito; se vendi ad aziende o all’estero cambia, e cambia anche cosa deve apparire in fattura. Va deciso con il commercialista prima, non dopo il primo ordine.
Le pagine del negozio. Negozio, carrello, checkout e area cliente sono quattro pagine vere. WooCommerce le crea da solo, ma vanno controllate: capita che l’installazione le crei doppie e che il sito ne usi una diversa da quella che stai modificando. È un classico, e fa perdere ore.
Gli indirizzi delle pagine prodotto. Vanno decisi all’inizio. Cambiarli dopo significa cambiare l’indirizzo di ogni prodotto già indicizzato da Google, e ricominciare da zero il posizionamento guadagnato.
Le email che il negozio manda. Conferma d’ordine, spedizione, rimborso. Arrivano al cliente con il tuo nome e nella versione base sembrano quello che sono: email di sistema. Vanno personalizzate, e va verificato che arrivino davvero — è la cosa che salta più spesso e che nessuno controlla, perché non genera un errore visibile.
Il catalogo: dove si decide tutto
Prodotti semplici e prodotti con varianti
Un prodotto semplice ha un prezzo e un codice. Un prodotto con varianti è lo stesso oggetto in taglie o colori diversi, con giacenze separate.
La domanda da farsi è: il cliente li considera lo stesso prodotto? Una maglietta rossa e la stessa maglietta blu sì. Due prodotti con nome, prezzo e uso diversi no, anche se il fornitore li tiene sullo stesso codice.
Su Roberta Zago, borse d’autore, il catalogo è costruito esattamente così: poche borse, ognuna nelle sue varianti di colore. Chi arriva vede il modello e sceglie la finitura, invece di trovarsi otto schede quasi identiche che si fanno concorrenza fra loro anche su Google.
Sbagliare qui si paga per anni: in gestione delle giacenze, in confusione per chi compra, e nelle pagine che Google indicizza.
Le categorie sono la struttura del negozio
Non sono etichette: sono le pagine su cui atterra chi arriva da una ricerca. Un negozio con categorie chiare si posiziona su ricerche di categoria, che sono quelle con più volume.
Poche categorie, nomi che userebbe un cliente e non il tuo fornitore, e una descrizione vera in cima a ognuna. Le categorie senza testo sono pagine vuote per Google, per quanti prodotti contengano.
Su Embra, che ha oltre seicento prodotti — apparecchiature, anestesia, chirurgia, poltrone, lampade — la divisione in categorie è stata la parte più lunga del progetto e quella che conta di più. Con numeri così, una struttura sbagliata non si ripara: si rifà.
Le schede prodotto
Una scheda fatta bene risponde a quello che chiederesti in negozio: misure, materiali, cosa c’è nella confezione, in quanti giorni arriva, come si rende.
E soprattutto: non copiare le descrizioni del fornitore. Le hanno anche tutti gli altri rivenditori. Per Google sono contenuto duplicato, per chi legge sono identiche a quelle di chiunque. Riscriverle è noioso, e proprio per questo lo fanno in pochi: è uno dei pochi vantaggi ancora disponibili senza spendere.
Spedizioni: la parte che sembra semplice e non lo è
WooCommerce ragiona per zone. Una zona è un insieme di territori — Italia, Europa, resto del mondo — e dentro ogni zona metti i metodi disponibili con le loro tariffe.
I casi che coprono quasi tutti i negozi:
- Tariffa fissa per zona: la più semplice, funziona quando i prodotti si somigliano per peso e ingombro
- Tariffa per peso o per fascia di prezzo: serve quando vendi cose molto diverse fra loro
- Spedizione gratuita sopra una soglia: funziona come leva sul valore dell’ordine, ma la soglia va calcolata sul margine, non scelta perché è un numero tondo
- Ritiro in negozio: se hai un punto vendita, è il metodo che porta persone dentro
Due errori che vedo continuamente.
Il primo: soglie di spedizione gratuita che mangiano il margine. «Gratis sopra i 50 euro» su un ordine medio da 55 euro con margine del 25% significa che su molti ordini la spedizione la paghi tu quasi tutta.
Il secondo, più grave: il costo di spedizione che compare solo al checkout. Va detto prima, sulla scheda prodotto o almeno nel carrello. Una spedizione cara dichiarata subito fa perdere molte meno vendite della stessa spedizione scoperta al terzo passaggio — nel primo caso il cliente decide con tutte le informazioni, nel secondo si sente preso in giro.
Pagamenti
La regola è offrire i metodi che i tuoi clienti usano davvero, non tutti quelli esistenti. Ogni metodo in più è una cosa in più da configurare, testare e riconciliare in contabilità.
Nella pratica: carta e PayPal coprono la grande maggioranza. Il bonifico serve per gli ordini alti, dove la commissione sulla carta pesa. Il contrassegno dipende dal settore e ha un costo nascosto — i pacchi rifiutati alla consegna.
Ogni metodo va provato con un ordine vero prima di aprire. Non con la modalità di prova: con un pagamento reale, anche da un euro, e poi si verifica che l’ordine sia arrivato, che l’email sia partita e che l’incasso compaia dove deve. È un quarto d’ora che evita la scoperta peggiore possibile, cioè che il primo cliente vero non riesca a pagare.
Gli adempimenti che non puoi saltare
Condizioni di vendita, informativa privacy, gestione del consenso ai cookie, diritto di recesso con i tempi corretti, dati aziendali nel piè di pagina, fatturazione elettronica.
Non è la parte interessante ed è quella che fa arrivare le contestazioni. Va sistemata prima dell’apertura. Le condizioni di vendita in particolare non sono un modulo da copiare: dipendono da cosa vendi, da come spedisci e da chi sono i tuoi clienti.
Prestazioni: WooCommerce è pesante, e va gestito
Un negozio è più lento di un sito vetrina per costruzione: carrello e checkout non possono essere serviti da cache come una pagina normale, perché sono diversi per ogni visitatore.
Cosa fa la differenza, in ordine di peso:
Le immagini. Sono il 90% del problema in quasi tutti i cataloghi. Formati moderni, dimensioni giuste, caricamento differito per quelle sotto la prima schermata.
I plugin. Ogni funzione aggiunta è codice che gira a ogni pagina. Su un ecommerce vecchio di qualche anno trovo regolarmente plugin installati per una cosa sola e mai rimossi.
La cache, configurata sapendo cosa escludere. Carrello, checkout e area cliente non vanno messi in cache. Se lo fai, un cliente vede il carrello di un altro — succede, e quando succede te ne accorgi dai messaggi arrabbiati.
Le ricerche sul database. Filtri per attributo su cataloghi grossi sono operazioni pesanti. Su un catalogo da migliaia di prodotti vanno pensate, non lasciate come vengono.
Tracciamenti: prima di aprire, non dopo
Vanno messi prima della prima vendita, perché i dati che non raccogli oggi non li recuperi domani.
Il minimo indispensabile: da dove arrivano i visitatori, quali prodotti vengono guardati, quanti arrivano al carrello, quanti completano l’acquisto e dove si fermano gli altri.
Senza questi numeri le decisioni si prendono a intuito, e sui numeri di un ecommerce l’intuito sbaglia quasi sempre: la pagina che pensi vada meglio è raramente quella che vende.
Sicurezza e manutenzione: la parte noiosa che decide il resto
Un ecommerce contiene due cose che fanno gola: i soldi che ci passano attraverso e i dati delle persone che comprano. Non serve essere un grande negozio per finire nel mirino — gli attacchi automatici provano tutti i siti WordPress che trovano, senza guardare quanto fatturano.
Gli aggiornamenti vanno fatti, ma non alla cieca. WooCommerce, WordPress e i plugin escono con versioni nuove di continuo. Aggiornare tutto in automatico su un negozio che vende è un rischio: un aggiornamento sbagliato può rompere il carrello di venerdì sera. Aggiornare mai è un rischio più grande. La via di mezzo è quella giusta: aggiornamenti fatti con un backup fresco a portata di mano e una prova subito dopo sul percorso di acquisto.
I backup vanno provati. Ripeto quello che ho scritto sopra perché è il punto in cui vedo più leggerezza: un backup mai ripristinato non è un backup. Almeno una volta va fatta la prova di rimessa in funzione, per sapere quanto tempo richiede e se contiene davvero tutto — file e database, non solo uno dei due.
Gli accessi. Un solo amministratore vero, password diverse da quelle usate altrove, autenticazione a due fattori dove si può. Gli utenti che non servono più vanno rimossi: il collaboratore che ha lasciato l’azienda due anni fa non deve avere ancora le chiavi del negozio.
Cosa controllo io ogni mese su un ecommerce in manutenzione: che gli aggiornamenti siano passati senza rompere niente, che i backup girino, che il percorso di acquisto funzioni davvero, che i tempi di caricamento non siano peggiorati, che non ci siano errori nei log. Sono controlli noiosi, e proprio per questo saltarli è la cosa più facile del mondo.
Cosa succede dopo l’apertura
L’errore più comune non è tecnico: è considerare l’apertura la fine del progetto. È l’inizio, e le prime settimane sono quelle in cui si impara di più.
Nei primi giorni si guarda una cosa sola: che tutto funzioni davvero con clienti veri. Arrivano le email? Gli ordini si registrano? I pagamenti finiscono dove devono? Un problema scoperto al terzo ordine costa poco; lo stesso problema scoperto al trentesimo costa trenta clienti.
Nelle prime settimane si guardano i numeri, non le impressioni. Da dove arriva chi entra. Quali prodotti vengono aperti e non comprati. In quale punto del percorso di acquisto le persone si fermano. Quasi sempre saltano fuori due o tre cose che non erano nei piani: una categoria che nessuno apre, una scheda prodotto che genera domande, una fascia di spedizione che blocca gli ordini.
Dopo il primo mese si decide cosa sistemare, in base a quello che è successo e non a quello che si era immaginato. È il momento in cui un negozio migliora davvero — molto più che nella fase di costruzione.
Una cosa che dico sempre ai clienti: prima di rifare un ecommerce che non vende, vale la pena capire dove si perde. A volte il problema sta in tre punti precisi e sistemarli costa una frazione di un progetto nuovo. Rifare tutto è la risposta più cara e non sempre la più efficace.
SEO: le cose che valgono davvero
Su un ecommerce l’ottimizzazione ha tre priorità, in quest’ordine.
Le pagine categoria. Sono quelle che intercettano le ricerche con più volume — «scarpe da trekking donna» batte qualsiasi nome di modello. Vanno trattate come pagine vere, con un testo che serve a chi legge.
Le schede prodotto uniche. Vedi sopra: descrizioni riscritte, non copiate.
La struttura degli indirizzi e i dati strutturati. Prezzo, disponibilità e recensioni comunicati nel formato che Google si aspetta, così compaiono direttamente nei risultati di ricerca.
Quello che invece serve meno di quanto si creda: riempire di parole chiave le descrizioni. Non funziona più da anni e rende le schede sgradevoli da leggere.
Gli errori che vedo più spesso
Aprire con tutto il catalogo. Meglio partire con i prodotti che vendi già bene e aggiungere quando il negozio cammina.
Installare venti plugin per risolvere venti problemi. Ognuno aggiunge peso, aggiornamenti e possibili conflitti. Meno pezzi ci sono, meno cose si rompono.
Non provare gli ordini. Un ordine vero, con pagamento vero, prima di aprire. Sempre.
Rimandare i contenuti. Foto e descrizioni sono la cosa che fa slittare i progetti, non lo sviluppo. Chi le prepara mentre si costruisce il sito apre nei tempi.
Trattare l’apertura come la fine. L’apertura è l’inizio: nelle prime settimane si guardano i numeri e si sistemano i punti dove si perde. È lì che si recuperano le vendite, non nel rifare la grafica.
Domande frequenti
WooCommerce è davvero gratis? Il modulo sì. Il negozio no: servono hosting adeguato, tema, eventuali estensioni a licenza annuale e il lavoro di configurazione. I numeri li ho messi nell’articolo su quanto costa un ecommerce.
Quanti prodotti regge? Molti più di quanti ne abbia la maggior parte dei negozi italiani: il più grande che ho seguito supera i seicento e gira senza problemi. Il limite pratico non è il numero, è come sono organizzati e quanto è dimensionato l’hosting.
Si può vendere anche qualcosa che non si spedisce? Sì. Per Lagom Image ho fatto un negozio che vende le foto e i video degli eventi sportivi ripresi dall’agenzia: nessun magazzino, nessun corriere, consegna digitale. Cambia tutta la parte spedizioni, il resto resta uguale.
Posso gestirlo da solo? La parte quotidiana sì: prodotti, prezzi, ordini, giacenze sono operazioni da pannello. Quello che conviene lasciare a chi lo fa di mestiere sono gli aggiornamenti, i backup e i controlli periodici — cioè le cose che si notano solo quando vanno male.
Posso migrare da un’altra piattaforma? Sì, prodotti, clienti e ordini si possono importare. La parte delicata sono gli indirizzi delle pagine vecchie: vanno reindirizzati ai nuovi, altrimenti si perde il posizionamento accumulato.
Meglio un tema pronto o su misura? Un tema pronto va benissimo per partire, purché sia mantenuto e non stracarico di funzioni che non userai. Il su misura ha senso quando il negozio ha esigenze che nessun tema copre.
Come lo collego al gestionale? Dipende da cosa mette a disposizione il gestionale. Quando c’è un’interfaccia documentata si fa; quando non c’è, si valutano soluzioni intermedie. È la prima cosa da verificare in fase di preventivo, perché può cambiare i tempi del progetto.
In sintesi
WooCommerce si installa in dieci minuti e si configura bene in molto più tempo. Le cose che fanno la differenza sono quasi tutte decisioni prese prima di caricare il primo prodotto: come è organizzato il catalogo, come funzionano le spedizioni, cosa viene tracciato.
Se stai valutando un negozio online, guarda come lavoro sugli ecommerce o raccontami cosa vuoi vendere. La prima chiamata dura mezz’ora e serve a capire se il progetto sta in piedi — anche quando la risposta è che conviene aspettare.
